Galeotto fu il libro. E il traduttore?

Ogni volta che si scrive si traduce: è inevitabile. Ogni artista, infatti, per rendere reale e disponibile l'ideale lo deve tradurre in una tecnica. Questo fa lo scrittore: veste il suo pensiero di un determinato linguaggio, di un vestito unico nel suo genere.

Il mondo è indiscutibilmente ricco di centinaia, se non migliaia di lingue diverse che come vesti differenti rendono maggiormente giustizia ad uno o all'altro aspetto del pensiero.

Se allora il compito dello scrittore è quello di vestire l'impronunciabile, il traduttore lo deve svestire e rivestire di nuovi panni, stando attento, però, che i dettagli che prima risaltavano maggiormente, ora continuino ad essere valorizzati, anche in una circostanza diversa.

“La bocca mi basciò tutto tremante // Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse ”, così Dante nel V canto dell'Inferno paragonava il personaggio tipico del mito bretone “ Galehault ” a un libro. E nello stesso tempo paragonava il tramite amoroso tra Lancillotto e Ginevra, a quello tra Paolo e Francesca. Un libro era riuscito, nelle sue limitate pagine, a far esplodere un amore tanto grande da andare oltre ad ogni limite imposto dalla religione o dall'onore. Un manoscritto, da solo, era stato in grado di far germogliare un amore tanto illecito che avrebbe portato ad una tragica morte entrambi gli amanti, uccisi dalla gelosia del marito.

“Galeotto fu il libro”, il progetto che da anni porta al liceo Ariosto grandi scrittori ai quali gli studenti pongono domande sulle loro opere e sul loro rapporto con la letteratura, insegna che un libro è in grado di stravolgere un'esistenza intera. “Galeotto fu il traduttore”, che indaga i metodi e il valore estetico della traduzione letteraria, quest’anno in collaborazione con il progetto Erasmus “Le mie parole con le tue”, ha dato la possibilità ai ragazzi di conoscere traduttori di grande valore, la cui storia è spesso legata a un libro “galeotto”. 

Isabella Mattazzi, che per ultima è stata intervistata dagli alunni partecipanti al progetto, è una donna, scrittrice e docente universitaria, che dopo aver perso la cattedra a Trieste, se non fosse stato per quel “ Manoscritto ritrovato a Saragoza” si sarebbe allontanata per sempre dalla letteratura, che lei non vive come un hobby o un mestiere, ma come una vera e propria raison d'être. Traducendo quel libro ha, infatti, attirato su di sé l’attenzione di importanti ricercatori della ville lumière, che l'hanno chiamata immediatamente a entrare nel loro team. Da quel giorno Isabella dedica la vita alla sua passione, grazie a quel libro, che lei sentì a tutti i costi di dover tradurre.

Vittorio Pantanelli, 3Y

Yassir Zantou, 2Y

Isabella Mattazzi traduttrice di Amelie Nothomb